20.1.09

Poemas al italiano

BOARDWALK CASINO

Le fantasie e i ricordi
sono, dice, la stessa cosa.
Diresti che sono materia?
Sono materia gli effetti elettrici?
È materia la luce setacciata
di un giorno senza sole in un appartamento?
Se si potesse sostenere per diversi secondi
davanti alla vista la struttura della mente,
se con essa si potesse fare una foto
come di montagne russe illuminate,
sostenuta a sua volta da pensiline
come guardie di splendore giallo,
come sarebbe certo e rustico il deserto,
come vera la conquista di un progetto,
come reali voi e quanti passano e parlano.

(de Las Vegas)


FLAMINGO HILTON

Elevate le rose, secche le pareti.
I passi frettolosi nelle stanze.
Il cellofan tenuto negli armadi.
Ora, come se dessi calci a mucchi di cavi vecchi per la strada,
esigeresti risposte ai problemi manifatturati
con cui per tanti anni ti ingannasti.
Banalità nella storia intima di ogni casa attuale
e di tutte le case già scomparse: i regali,
le malattie, le cene, i cortili, le tende.
Le rose sono elevate, le pareti sono secche
– muoiono dopo, durano anni con le loro macchie,
ma non hanno il colore della rosa e la sua snervante delicatezza.
Rose o fenicotteri nelle grandi mattine
indicano un itinerario dove nessuno si confonde.
Questo è rosso, quello è rosa, la materia è tenue.

(idem)


RIVIERA

Il robot che si ossidasse nel cortile posteriore
ricordando le sue più gloriose fantasie.
La pioggia che crepitasse nei suoi ultimi circuiti.
Le fogne verso cui rotolassero gli acidi di arrugginite batterie.
Si starebbero compiendo le scritture;
ciò che sarà fantasia abbandonata fu reale:
sulla Terra arsero i paradisi liberati dall’elettricità,
l’eden delle immagini ha viaggiato attraverso cieli tempestosi
ripetendo che il corpo fu sempre spirito, virtualità.

(idem)


MGM GRAND HOTEL, CASINO AND THEME PARK

Tirannia del desiderio, ancora senza oggetto:
il mero deserto, e su di lui
materia indescrivibile di sogni rozzi:
un uomo con la faccia da ruota di bicicletta,
il panico di mille ragni in fuga,
l’autoriproduzione di macchine
con ciuffi di felci o putride
piante acquatiche,
l’inenarrabile accumulazione di ciò che drenano i sogni,
grondaie ostruite da stracci e feti di scoiattoli,
fuochi artificiali e puri scatti nervosi;
la rigida opposizione tra il bunker monacale e il palazzo,
un leone di rubinetteria nell’entrata.

(idem)


3.
Mi hai detto l’altra notte che le grandi cosmogonie
non hanno dei creatori. Quasi sempre il mondo
è nato dalla stessa distruzione dei primi titani.
E per questo le rocce sono le ossa di un gigante
o gli uomini gocciolarono dalle loro vene aperte
o il mare e i fiumi sono ciò che resta della loro dissoluzione.
In questa trasformazione dei grandiosi cadaveri
regna quasi sempre un gruppo con cui conviene allearsi.
Non capiscono la preghiera. Bisogna parlar loro chiaro.
Soprattutto ci aiutano o ci danneggiano a seconda
della simpatia spontanea che ispiriamo nelle loro teste strane.
E la sera è un leone imbalsamato. E i semafori,
ossi di enormi crostacei macerati.
E Odino ci accompagna in questi accampamenti ossidati.
E Zeus guarda di lato; il più ottuso e il più saggio.

4.
La donnola rappresenta quanti furono desiderosi
della parola divina, ma che non ne fanno niente
quando l’hanno ricevuta. E gridano nelle orecchie.
La donnola rappresenta quanti vollero la grazia
e la grazia fu data loro, ma niente.
Non muoverti se trovi la donnola
sulla scala o sul sedile di un taxi.
Striscerà il suo pensiero verso luoghi calpestati,
perché, sicura della grazia e della parola,
non le viene in mente altro che vagare
per dove ci furono città che gli eserciti macilenti
schiacciarono con stivali e riempirono di preservativi.
Piuttosto continua a costruire il merito.
Perché scenda la luce bianca o celeste su di te,
quando ti distrarrai veramente nel tuo lavoro di scorticare,
diserbare, piegare, ventilare, conservare o scuotere.
Anche se vai scalzo per le banchine impervie
del tuo stesso pensiero, dovrai distrarti profondamente;
astrarti per non ricevere invano l’amicizia di regni
lontani anelati, per non girovagare con la donnola.

7.
Non ti tradire, non smettere di fare quello che dicesti.
Ecco la strada che conduce ai mestieri
appresi tempo fa; ti abbassavi e saltavano su di te;
si abbassavano e saltavi su di loro.
Passasti gattoni tra le squarciate notti di luna.
Suppurasti, sanguinasti per un minimo taglio, senza dolore.
Fu molto il sangue nel lavandino e lo guardavi.
Alludesti al condor con il macabro gioco di associazioni.
Ma era proprio questo. Lancillotto che apprese a uccidere erinni.
Era lì la cordigliera e lì andasti e quando eri
perduto nell’ozono e tra le grandi rocce
non sapesti imparare niente; le pietre altissime di quel vuoto
in cui il fragore del dio era solo vento e superficie
fagliata. Ma che bella lontananza, anche se ad ogni ora
passava una macchina o due, un’autocisterna.

8.
Dovrebbe essere possibile camminare di là.
Ma troveresti i palazzi di una periferia
e non la strada verso gli alberi e quel rancho,
cupo, sotto l’albereta tempestosa.
Annoiati, gialli, grigi, piovuti palazzi.
Non troveresti la sera d’estate
e gli storni, usurpatori di quel nido.
La città fu male usata. È usata.
In un mezzogiorno di pioviggine i palazzi,
le persiane la cui pittura è invecchiata,
sembrano rassegnati alla loro perplessità, al loro essere inutile.
Vederti di fronte a un mare non vergine, ma rifiutato.
Come stormi in nidi d’altri, abbandonati.

12.
È un grande pittore Ezra, disse lo zio, solo
che quando il pennello è senza più pittura
non torna alla tavolozza, l’applica asciutto,
pennellata dopo pennellata, asciutto come il fiume
dei suoi sogni, come la saturnale Castiglia
che non era il pianeta dei suoi avi.
Di modo che non è un quadro vuoto
ma secco, su cui dipinge tutto ciò che spunta
nel campo che è fantasma della sua memoria, a
volte con secche pennellate, a volte col colore
vivo di ciò che è stato vivo, ha avuto statuto
e codice. E il sistema di coltura
somigliava alle leggi scritte con cui l’uomo
si governava: tagliava le schiance, accecava chi non vedeva,
buttava nel fosso lo sterco della parola vana.

13.
Quando le persiane sono abbassate, lei non c’è.
Quando le persiane sono alzate, c’è.
No, non si basi su questo. A volte lascio le persiane
aperte con la speranza che un temporale
lasci una pozzanghera nell’esserci. A volte chiudo
le persiane perché ne ho voglia.
Non lo faccio per burlarmi di lei né della sua logica
semplice. È per queste irrisolte faccende della mente.
Per paura di qualcosa, per vincere la vertigine.
Perché penso a volte che la luce che assorbono le finestre,
di notte o di giorno debba concentrarsi, diventare sempre più
densa, creare un campo gravitazionale in cui io non possa
entrare, se non a costo di perdere resistenza, contemporaneità.

(da Cierta dureza en la sintaxis)



Antología della poesia argentina contemporanea
A cura di Silvia Beatriz Amarante – Emilio Coco

© dell’introduzione e della compilazione antologica: Silvia Beatriz Amarante
© della traduzione italiana: Emilio Coco
© dei testi: gli autori
© della presente edizione: Sentieri Meridiani Edizioni, 2008

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